Tempo di maturità della donna: la menopausa


La donna, nel corso del suo ciclo vitale, va incontro ad una fase di maturità che coincide con il periodo della menopausa.  

Questo periodo è particolarmente delicato poiché possono insorgere malesseri e variazioni del tono dell’umore a causa del cambiamento sia fisiologico che psicologico tipico di questa fase del ciclo vitale femminile.

Nello specifico, la vulnerabilità alla depressione femminile è dovuta sia a fattori ormonali-fisiologici, sia a fattori psico-sociali che dipendono dalla variazione del ruolo della donna all'interno della famiglia nel momento in cui i figli sono diventati indipendenti e meno bisognosi del suo accudimento. A ciò si possono aggiungere situazioni di stress acuto causate dal lutto per la perdita del genitore anziano con la sofferenza ed il dolore relativi.

Il malessere si può manifestare con rimpianto e nostalgia del passato e con ansia e preoccupazione sul futuro. I sintomi legati alla depressione ed all'ansia rendono difficile vivere la quotidianità e le relazioni.

La menopausa è dunque un momento di profonde modificazioni fisiche e psicologiche, attraverso le quali la donna si ritrova a fronteggiare cambiamenti radicali di prospettiva, incentrati prevalentemente sui vissuti legati alla perdita della fertilità e della femminilità.
I vissuti che emergono in questo periodo della vita femminile possono essere molto disturbanti e si avvicinano a quelli legati alla perdita ed al lutto.
L’adattamento della donna a questa fase del ciclo vitale è individuale e dipendente dalla sua capacità di fare fronte agli avvenimenti della vita, anche in base alle proprie caratteristiche di personalità ed alle risorse relazionali presenti.
Ci sono donne che hanno maggiori difficoltà a collocarsi nel tempo del cambiamento che questa fase comporta. In queste situazioni i cambiamenti fisiologici ed ormonali si integrano faticosamente con la differente identità corporea e psicologica.

E’ il riconoscimento della propria identità mutata e l’accettazione della propria vulnerabilità che permettono di superare questo periodo grazie alla capacità di riproporsi alla vita in modo creativo e curioso con la determinazione di sfruttare appieno le proprie potenzialità.

Un percorso psicologico, anche breve, può essere di aiuto per evidenziare i punti di forza e le risorse presenti e orientare il progetto personale verso obiettivi da realizzare all'interno del proprio spazio di vita.

Il divorzio emotivo e psicologico


Lo psicologo Paul Bohannan (1973) è stato uno dei primi studiosi che ha considerato il divorzio e la separazione nella loro complessità psicologica e sociale.
Egli ha identificato sei “gradi”, o dimensioni, del divorzio: emozionale, legale, economico, comunitario, genitoriale, psicologico. Una coppia, al momento della separazione, può avere problemi su tutti questi aspetti o solo su alcuni.
Il divorzio emozionale può avvenire molto prima che la coppia si separi fisicamente o, al contrario, può rimanere a lungo incompiuto anche successivamente alla sentenza di divorzio. Il matrimonio è un patto che avviene a due livelli: quello ufficiale della dichiarazione di impegno e quello emotivo, intimo del “patto segreto”. E’ quest’ultimo che è più difficile da interrompere poiché in esso si custodiscono le attese, i sogni, i progetti di una vita insieme. Spesso si verificano situazioni in cui nonostante a livello ufficiale si sia sciolto il patto, non altrettanto si riesce a fare a livello emotivo. Si determina così una situazione ambigua che coinvolge non solo gli ex coniugi ma anche i figli, i nuovi partner, i parenti e gli amici.

Il divorzio legale è lo scioglimento giudiziale del vincolo coniugale quando la comunione spirituale e materiale dei coniugi è diventata impossibile. Sarà meno traumatico se avviene dopo che è stato elaborato quello emozionale e materiale.
Il divorzio economico provoca, soprattutto nell’attuale contesto sociale, difficoltà finanziarie, aumentandole ed aggravandole quando già sono presenti.

Il divorzio comunitario prevede la rottura o l’indebolimento di alcuni rapporti significativi con gli amici comuni, con i parenti acquisiti e l’abbandono di uno dei due del luogo di residenza e del vicinato. Uno dei compiti più delicati a chi si trova ad affrontare un divorzio è la ricostruzione di una rete sociale di riferimento e di supporto non solo per gli adulti ma anche per i bambini.
Il divorzio dovrebbe mettere fine al matrimonio NON alla genitorialità.
In realtà molte coppie finiscono per divorziare anche dai figli. Questo si verifica quando l’elevata conflittualità o la scarsa partecipazione di uno dei due non consente ai genitori di accordarsi sullo stile educativo, sulla disciplina, sulle scelte per i figli.

Il divorzio psicologico è definito come “la separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge”. Si tratta di imparare a vivere senza l’altro affidandosi a sé stessi come persone autonome ed indipendenti. Questa evoluzione risulta più pesante quando il divorzio non è voluto ma subito. Generalmente, in colui che viene lasciato prevale un senso di smarrimento e di paura; in colui che lascia invece un profondo senso di colpa.
La separazione della coppia giunge positivamente al termine quando entrambi i coniugi hanno accettato la fine del rapporto e ne hanno compreso le cause e le dinamiche.

L'autostima e la fiducia in sè stessi

Perché l’autostima è così importante?
Chi non ha fiducia in sé stesso non fa altro che sottovalutarsi e a non vedere le proprie qualità che, come in ciascuno di noi, sono presenti anche se a volte restano silenti.
La mancanza di autostima impedisce di prendere l’iniziativa e di farsi avanti oppure  costringe la persona a recitare un ruolo che fa parte di un copione che non è il suo, per sentirsi meno in difetto e più interessanti agli occhi degli altri.
Il risultato è la costruzione di un’immagine di sé stessi non autentica e distante dai bisogni e desideri più intimi.
L’autostima, invece, è la fiducia in sé stessi, è la capacità di pensare in modo autonomo e di agire in maniera libera senza vincoli o impedimenti esterni, rendendo i rapporti con gli altri più “veri” e permettendo di realizzare pienamente sé stessi.
Nel lavoro psicoterapeutico si tratta di prendere coscienza del fatto che ciascuno di noi ha una personalità ben definita e caratterizzata da punti di forza e da punti di debolezza e di realizzare chi si è veramente: una persona unica, con delle passioni, dei gusti, delle qualità…delle fragilità, dei punti deboli.
Molto spesso, la mancanza di autostima è causata da svariati fattori legati sia al contesto familiare di origine sia a quello scolastico: parole o critiche negative vissute durante il periodo dell’infanzia o il delicato periodo adolescenziale.
Nel percorso psicoterapeutico si avvia un processo per elaborare queste “convinzioni” negative che ostacolano e rendono faticoso lo sviluppo personale, in modo tale da arrivare a credere in quello che ciascuno è, in quanto soggetto unico ed autonomo.
Attraverso il percorso psicoterapeutico la persona arriva a raggiungere due presupposti fondamentali per la creazione di una propria autenticità e solidità personale:
- L'accettazione: riconoscere il diritto di avere delle opinioni, dei pensieri e dei comportamenti ed accettarli senza denigrarli o negarli.
- L'affermazione: spontaneità ed autenticità nelle relazioni senza sforzarsi di dovere piacere agli altri.

L'EMDR ed il lutto




La perdita di una persona cara rappresenta un evento significativo nella vita delle persone che può generare un’alterazione dell’equilibrio psico-fisico di intensità tale da rendere indispensabile un supporto psicoterapeutico accompagnato, a volte, da uno farmacologico.
Le reazioni psicologiche comuni al lutto riguardano diversi aspetti dell’individuo: 
  • EMOZIONI
  • COMPOPRTAMENTI
  • REAZIONI FISICHE
Questi aspetti condizionano la relazione del soggetto con sé stesso e con l’ambiente esterno e contribuiscono a prolungare il suo stato di crisi.
Nello specifico quando si subisce un lutto doloroso (la morte di un genitore, di un figlio o di una persona affettivamente significativa) le sensazioni che si vivono sono molto forti ed invasive e la persona sperimenta lunghi periodi in cui le emozioni dominanti sono di tristezza, di rabbia, di colpa, di ansia, di solitudine.
La sfera cognitiva risulta intaccata ed i pensieri ricorrenti sono di sfiducia, di confusione, di preoccupazione, di sensazione di una presenza, di bassa autostima.
Infine i comportamenti diventano disfunzionali e non in equilibrio e risultano caratterizzati da disturbi del sonno, disturbi dell’appetito, ritiro dai rapporti sociali, attività incessante, custodia gelosa dei ricordi. Queste reazioni sono poi accompagnate da tipiche risposte fisiche legate a stati di tensione motoria, stati di vigilanza/controllo ed iperattività.
Anche se l’apparenza esterna dice il contrario, spesso, colui che è in lutto non ha accettato la realtà della perdita. Inoltre quando il lutto è avvenuto ormai da molti anni e la persona ancora non lo ha superato significa che sta agendo meccanismi difensivi volti ad alleviare il senso di perdita e di dolore per la persona amata.
Nei casi in cui è il soggetto fa fatica ad elaborare la perdita, è opportuno rivolgersi ad un aiuto esterno, anche là dove ci sono familiari ed amici pronti a sostenere. Quando il livello di difesa dal dolore è estremamente elevato, la tecnica della stimolazione bilaterale con l’utilizzo dell’EMDR è particolarmente efficacie.
Il lavoro terapeutico oltre che consistere nel dare esplicito permesso di soffrire per la perdita, fornisce un intervento psicologico che permette di avviare i  processi di elaborazione delle emozioni e dei pensieri collegati alla perdita che, attraverso la stimolazione visiva o tattile, integra in maniera adattiva l’informazione relativa alla morte, permettendo alla persona di accettare la realtà della perdita.



La paura dell'abbandono



La paura dell’abbandono è molto frequente non solo nei bambini ma anche negli adulti. Si tratta del timore di perdere la persona amata e condiziona pesantemente la vita di chi sperimenta tale disagio.

Nello specifico, costringe chi ne soffre a vivere la relazione affettiva annullandosi completamente e agendo in completa dipendenza dall’Altro. Il timore di rimanere soli è talmente elevato che diventa più importante la persona che si ha accanto: i suoi bisogni, i suoi desideri, i suoi sogni diventano i propri, dimenticandosi di sé stessi e del proprio valore.

La dinamica psicologica dell’abbandono è strettamente collegata a quella dell’attaccamento che si è sperimentato nelle relazioni affettive da bambini con le proprie figure genitoriali, in particolare la propria madre. L’attaccamento è: “ La propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia” (J. Bowlby, 1969).

In questo senso se da bambini  non si ha avuto la possibilità di sperimentare un attaccamento sicuro con le proprie figure genitoriali, è probabile che da adulti si possano vivere con forte angoscia e preoccupazione le relazioni di intimità e di affetto con il proprio partner, dove la paura di essere abbandonati è dietro l’angolo.

Non aver appreso un modello sano ed equilibrato di relazione con la propria madre, basato sulla condivisione emotiva, la protezione, la fiducia e l’amore, portano alla diffidenza ed all’instabilità di qualsiasi relazione affettiva.
Chi vive nella paura dell’abbandono rischia di perdere sé stesso ed il potere sulla propria vita perché troppo impegnato a controllare l’Altro (con chi è? cosa fa?) e ad essere diverso da sé pur di non subire un rifiuto ed un abbandono…

E’ importante per coloro che vivono questo disagio poter avere uno spazio in cui dialogare con questa parte interna, bisognosa di nutrimento e di cure. Iniziare un percorso psicoterapeutico significa avviare una relazione con il proprio terapeuta all’interno di un contesto sano e protettivo capace di infondere fiducia ed attivare le potenzialità presenti nella persona.





La depressione e la psicoterapia

La depressione è un disturbo psichiatrico che colpisce una larga fetta di popolazione, soprattutto nelle grandi città, con una percentuale più alta nelle donne. 
Entro il 2030, secondo l'OMS, la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo.
Le cause sono rintracciabili nello stress fisico e psico-emotivo: la depressione può essere provocata dall'accumulo di tensione psicologica oppure da un avvenimento specifico come una separazione, un lutto, la perdita del lavoro o una malattia grave.  
La depressione si manifesta con una tendenza alla tristezza e da un atteggiamento svalutante verso di sè, da mancanza di fiducia e da una stanchezza permanente accompagnata da un senso di inutilità. Generalmente si accompagna a sintomi ansiosi che portano il soggetto a ricorrenti pensieri negativi. Questa situazione può portarlo gradualmente ad una sorta di isolamento affettivo e di chiusura. Nelle situazioni più estreme si arriva all'ideazione suicidaria.
La depressione può manifestarsi in personalità più o meno fragili essendo provocata, solitamente, da un elemento scatenante: lutto, fallimento professionale o delusione sentimentale. Talvolta l'evento scatenante è minore, se non addirittura assente, ed è una sorta di sfinimento generale, che conduce alla depressione.
La psicoterapia ed il lavoro nel setting terapeutico consentono di ricevere il giusto sostegno per poter riprendere la propria vita in mano là dove si era interrotta. L'obiettivo è di fornire uno spazio di contenimento capace di supportare e sostenere la sofferenza del soggetto e di raggiungere un nuovo equilibrio psico-fisico.

L'attacco di panico e l'EMDR



L’EMDR (eyes movement desensitation and reprocessing) è un approccio terapeutico incentrato sulla persona che permette di facilitare il meccanismo di auto-guarigione, stimolando un sistema innato di elaborazione di informazioni nel cervello. 
E’ un metodo terapeutico a base fisiologica, che aiuta le persone a sentire il ricordo di esperienze traumatiche in modo nuovo e meno disturbante.
L'esperienza traumatica dell'attacco di panico è talmente vivida e presente nella mente della persona che la stessa paura sperimentata nel primo attacco di panico si ripresenta in situazione analoghe,  attivando un continuo stato di allarme.

Un attacco di panico si può definire come un periodo preciso di intensa paura o disagio, che si sviluppa improvvisamente ed è accompagnato da almeno 4 dei seguenti sintomi: disturbi respiratori, vertigini, palpitazioni, tremori, sudorazione, sensazione di asfissia, nausea, dolori addominali, depersonalizzazione, torpore, parestesie, vampate di calore, brividi, dolore al petto, paura di morire, paura di impazzire o di perdere il controllo.

Durante una seduta EMDR il terapeuta lavora con il paziente per l’identificazione del problema specifico oggetto della terapia e utilizzando un approccio strutturato guida la persona nella descrizione dell’evento o dell’aspetto disfunzionale, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.



La dipendenza affettiva e la scelta del partner


La dipendenza affettiva colpisce soprattutto le donne in tutte le fasce d'età. Sono donne che hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere e che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione di coppia senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste e conferme dal partner.

Il dipendente affettivo dedica completamente tutto sé stesso all'altro, al fine di perseguire esclusivamente il  benessere del partner e non il proprio, come dovrebbe essere, invece, in una relazione "sana".
I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell'amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origine nei "vuoti affettivi" dell'infanzia. Questo tipo di persona, a causa della paura dell'abbandono e della solitudine, tende a negare i propri desideri ed i propri bisogni e non riesce a cogliere ed a beneficiare dell'amore nella sua profondità ed intimità.
Ci sono almeno due situazioni nella scelta di un partner sbagliato da parte di questo tipo di personalità dipendente:
 - il partner "problematico"portatore a sua volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d'azzardo, ecc...). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l'altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un aiuto "malato" in cui si diventa “codipendenti" e si rafforza la dipendenza dell'altro, perché  possa essere sempre "nostro".
 - il partner “irraggiungibile”. In questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità.  La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo.

Nel tempo la dipendenza affettiva porta a tessere relazioni  problematiche e cariche di sofferenza e nonostante ciò, è difficile romperle perché la prospettiva è un  dolore ancor peggiore: la solitudine dell'abbandono. E' da questo che la persona dipendente tende a proteggersi. Diventa importante fare un lavoro introspettivo per focalizzarsi sui propri vuoti interni ed elaborare, con l'aiuto del terapeuta, le proprie zone d'ombra ed i propri punti di forza.





I disturbi dell'alimentazione

I disturbi alimentari sono sempre più diffusi ed in Italia più di 3 milioni di persone ne soffrono ed il numero è in costante aumento.
La prevalenza del disturbo nelle donne è dovuta ad una loro predisposizione biologica a resistere senza cibo. Le donne, inoltre, sono soggette più degli uomini all’accumulo di grasso e subiscono maggiori frustrazioni da parte di una cultura che esalta il culto della magrezza. Lo sviluppo puberale femminile, infine, è più complesso di quello maschile dal punto di vista delle funzioni ormonali e dei meccanismi psicologici che lo sottendono e può predisporre a disturbi psicologici di fronte a fattori di stress.
L’identità della giovane adolescente si costruisce all’interno di un’ampia cornice che include il contesto sociale, le esperienze familiari, le predisposizioni biologiche e i fattori accidentali dello sviluppo. Problematiche legate al processo d identità della giovane donna possono portare a sviluppare il fenomeno dell’anoressia e/o della bulimia.  Gli eventi che scatenano il meccanismo patologico legato al cibo sono quelle esperienze che mettono alla prova il senso di indipendenza e di valore dell’adolescente: le prime relazioni eterosessuali, la perdita di un’amicizia, la malattia o la morte o la separazione di un membro importante della famiglia.
 I disturbi dell’alimentazione non devono essere scambiati per malattie dell’appetito. Sono, infatti, disagi psicologici profondi. Attraverso il rapporto con il cibo – negato, cercato e rifiutato, o ingerito in quantità smodata – esprimono in modi diversi un dolore ed una sofferenza dell’anima.
I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze e paure. Perdite affettive importanti, abbandoni, abusi e traumi infantili: il cibo diventa il modo che permette di non sentire la sofferenza, un’auto-cura per non pensare. In questo modo, però, il dolore permane e la vita non viene vissuta.


Trauma e disturbo post traumatico da stress


Il DSM-IV (manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali) definisce il PSTD (disturbo post traumatico da stress) come il risultato dell’essere stati esposti - direttamente o come testimoni - ad una situazione estrema o ad un episodio al di fuori della normalità o da ciò che normalmente ci si aspetta dalla quotidianità.
Il PSTD include sintomi come: pensieri e ricordi intrusivi ( incubi, flashback e reattività fisica a eventi con elementi simili),  comportamenti evitanti (stare lontani da posti ed attività che possono ricordare l’evento) e stati di attivazione psicofisiologica (insonnia, agitazione, irritabilità). 

Le condizioni “estreme”appena descritte e previste dal DSM-IV per fare una diagnosi di PSTD, non sono le sole che è razionale considerare come traumatiche. Basti pensare a come la mente di un bambino possa vivere con drammaticità alcune situazioni non rientranti nei criteri previsti, come le liti costanti tra i genitori o la loro separazione, ove questa sia vissuta in maniera conflittuale oppure  le situazioni di abuso psicologico e la mancanza di sintonizzazione emotiva nell’infanzia da parte delle figure di accudimento.
A ciò si aggiungono gli importanti cambiamenti di vita come un lutto improvviso, un licenziamento, le ristrettezze economiche protratte o improvvise, ecc. Tali condizioni, se perdurano nel tempo e sono ricorsive, possono minare il senso dell’integrità del sé ed avere un esito post-traumatico. Infatti una condizione spiacevole del passato può essere vissuta in modo tale per cui il cervello non riesce a procedere ad una rielaborazione adattiva dell’informazione e la risposta a questi eventi spiacevoli può implicare stati intrusivi, di evitamento e di iperasoual così come descritti nel PSTD.

Il modello dell’elaborazione adattiva dell’informazione dell’EMDR sostiene che il cervello possiede la capacità di trattenere l’informazione e di elaborarla in modo efficace. Se però interviene un impedimento, l’informazione rimane nel cervello in uno stato disfunzionale.
Il processo alla base dell’EMDR spiega come, in condizioni traumatiche,  il cervello registri i momenti stressogeni e li immagazzini insieme alla sensazione dolorosa creando la base per il vissuto doloroso dell’evento spiacevole che si prova nel presente. Se una persona è in grado di elaborare le esperienze di vita in modo adattivo, queste iniziano a far parte di un bagaglio di apprendimento, che funge da guida per il futuro. Tuttavia, se una persona si trova a vivere una situazione stressante, le sue abilità di funzionamento si riducono. Quando il dolore non riesce ad essere contenuto o tollerato, emergono modelli di pensiero disfunzionali.

La chiave per risolvere o, quantomeno, alleviare la sofferenza relativa al trauma è creare connessioni che permettano di ricevere aiuto, supporto, comprensione e opportunità di parlare. Il processo che avvia l’EMDR consiste nel creare nuove connessioni ed aprire nuovi canali di accesso all’interno del nostro cervello che diano alla parola crisi il significato, oltre che di pericolo, anche di opportunità.

Il disturbo d'ansia

L'ansia è il principale motivo di sofferenza psicologica nella popolazione in generale e soprattutto nella casistica di chi si rivolge ad uno psicoterapeuta.

Nonostante si consideri l'ansia come un fenomeno psichico, la pratica clinica insegna che spesso il disagio non si manifesta a livello mentale, come potrebbe essere un pensiero negativo oppure una sensazione psicologica, ma il corpo diventa il ricettacolo della sofferenza, senza alcuna patologia fisica che ne giustifichi l'esistenza o l'intensità.

Non a caso, quando la persona che soffre d'ansia racconta del suo malessere, fa una descrizione dettagliata delle funzioni e delle disfunzioni del corpo; solo molto gradualmente arriva a mentalizzare il suo disagio e a connetterlo con eventi stressanti del presente o del passato e a situazioni emotive personali o relazionali.
I sintomi somatici più frequentemente legati all'ansia sono:
-neuromuscolari: formicolii, rigidità e dolori muscolari, parestesie, debolezza, vertigini, cefalea;
-respiratori: mancanza d'aria, senso di soffocamento, peso sul torace;
-dermatologici: rash cutanei, arrossamenti tipo orticaria;
-cardiovascolari: palpitazioni, tachicardia, ipertensione;
-gastrointestinali: gastrite e reflusso, nausea, inappetenza, colon irritabile;
-genito-urinari: frequente impulso ad urinare o urgenza di urinare, dolori genitali.
 
I disturbi d'ansia si accompagnano spesso anche a sintomi depressivi, soprattutto se l'ansia non viene curata ed agisce da elemento di stress.
 
Il trattamento con l'E.M.D.R. permette di avviare questo processo di connessione tra mente e corpo andando a recuperare quelle situazioni traumatiche che sono alla base dell'insorgere dell'ansia. Durante le sedute con l'E.M.D.R. il terapeuta lavora con il paziente per comprendere la sua storia ed identificare gli eventi stressanti o traumatici che hanno contribuito alla problematica ansiosa presente.
Soltanto in un secondo momento, quando il paziente accede ad importanti contenuti che lo riguardano, sarà per lui possibile percepire il disagio emotivo che sta vivendo in maniera più consapevole e vivere in maniera diversa i messaggi del suo corpo.
 

La dipendenza psicologica

Le dipendenze si caratterizzano in comportamenti che da ordinari e comuni, diventano una ricerca esagerata del piacere attraverso mezzi, sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica: la persona dipendente perde infatti ogni possibilità di controllo sull’abitudine.
La dipendenza si può sviluppare nei confronti delle sostanze psicoattive (tossicodipendenza), in cui rientrano anche l’alcolismo e il fumo, nei confronti del sesso (dipendenza sessuale, masturbazione compulsiva), verso il partner (dipendenza affettiva), verso il lavoro (work-a-holic), o verso comportamenti come il gioco (gioco d’azzardo patologico), internet e video giochi (Internet addiction Disorder), ecc.
Le caratteristiche di una dipendenza sono la compulsività, ossia l’incapacità di resistere alla tentazione di assumere una determinata sostanza o di mettere in atto un determinato comportamento; la sensazione di intenso desiderio che precede l’assunzione o il comportamento; il piacere o il sollievo che si sperimentano durante l’assunzione o il comportamento; la sensazione di non avere il controllo di ciò che si sta facendo e il persistere nell’assunzione o nel comportamento nonostante la persona sia consapevole delle conseguenze negative che ciò implica.

La dipendenza può essere spiegata come un tentativo di provare emozioni intense, di ricreare uno stato di benessere, magari nel desiderio di ritrovare un equilibrio interiore e allontanare la sofferenza.

La psicoterapia può aiutare la persona a comprendere con maggiore consapevolezza i motivi per i quali ha sviluppato una forma di dipendenza; i suoi vissuti, sentimenti, pensieri e affetti che hanno favorito allo sviluppo di una personalità dipendente, favorendo quindi il percorso di superamento della dipendenza in favore di un maggior benessere psicofisico.

Cambiamento e perdita


Il cambiamento lo viviamo tutti quotidianamente: il tempo che scorre via lento ma inesorabile, i minuti che passano, le ore, i giorni… Anche a livello personale e soggettivo le cose cambiano. Non siamo più gli stessi di dieci anni fa anche se siamo sempre noi.. I primi capelli bianchi, le prime rughe, i primi acciacchi.

Ci sono i cambiamenti desiderati (un nuovo lavoro, una nuova casa, l’arrivo di un figlio) e ci sono i cambiamenti subiti: una separazione, la perdita del lavoro, un lutto. Questi ultimi sono più difficili da accettare soprattutto quando la persona tende a riportare in vita i fantasmi del passato, rimpiangendo qualcuno che non c’è più o una situazione vissuta e percepita come idilliaca. Ci sono persone che si accaniscono a rincorrere inutilmente un partner che ha abbandonato la relazione, o altre che pensano in continuazione a come erano le condizioni di vita precedenti. Tutto ciò non permette che avvenga il cambiamento. In queste situazioni, l’intervento dello psicoterapeuta è indispensabile per una rielaborazione consapevole del passato.
Queste semplici riflessioni suggeriscono che il cambiamento lo viviamo nella quotidianità attraverso il nostro pensiero e le nostre emozioni che oscillano tra la paura dell’ignoto che sta dietro il cambiamento e il desiderio di esplorare nuovi mondi e di spostare più in là i propri confini.

Perché è così difficile cambiare?

Modificare una semplice abitudine provoca una nuova organizzazione a livello delle cellule neuronali, tale per cui nuove connessioni vengono a stabilirsi. Per esempio se provassimo a scrivere su un foglio la nostra firma omettendo le vocali, incontreremo una resistenza neurofisiologica e l’operazione richiederebbe una certa concentrazione. L’altra resistenza presente nel cambiamento è di natura psicologica e risponde alle paure dell’uomo di perdere sicurezza e punti di riferimento. Possiamo ritenere che ogni persona organizza la propria modalità di approccio al cambiamento in base alla plasticità cerebrale, ma anche in funzione delle esperienze di vita e dei risultati di successo o insuccesso ottenuti nel corso del tempo.

Ci sono due caratteristiche insite nel cambiamento (Greco S. “La psicologia del cambiamento” Ed. Franco Angeli – 2007)

  • ogni cambiamento comporta un apprendimento e ogni apprendimento comporta un cambiamento;
  • ogni cambiamento porta con sé guadagni e perdite.
In considerazione di questi due aspetti, la difficoltà nell’accettare un cambiamento consiste nel fare  un nuovo apprendimento. A ciò si aggiunge la resistenza legata alla perdita. In ogni cambiamento si deve accettare di lasciare andare via qualcosa di “vecchio”, per sviluppare il nuovo con i vantaggi che questo comporta.
La psicoterapia permette a coloro che fanno resistenza al cambiamento e che hanno sviluppato manifestazioni sintomatiche più o meno gravi, di abbandonare modelli di vita patologici, anche se più rassicuranti,  per scegliere “consapevolemente” e “responsabilmente” modelli nuovi e alternativi a quelli precedenti ma capaci di apportare un migliore equilibrio psico-fisico.